Patologie croniche e rischio di infortunio

Recentemente pubblicata su Occupational and environmental medicine, la revisione "Chronic health problems and risk of accidental injury in the workplace: A systematic literature review" di Keith T. Palmer, Elizabeth Clare Harris e David Coggon, affronta con approccio osservazionale la tematica della correlazione tra patologie croniche e rischio di infortunio sul lavoro.

Evidenze di tipo A

“Devo intervenire su questo problema?” In altri termini la domanda riguarda l’esistenza e la rilevanza del problema di sanità pubblica. L’espressione inglese che rende bene l’idea è prioritizing, dare un ordine di priorità, sulla base della rilevanza epidemiologica del problema di salute e di prove di causalità.

La revisione di Palmer, Harris e Coggon risponde proprio a questo primo criterio: condizioni patologiche croniche presenti nei lavoratori sono in grado di aggravare il rischio di infortunio, tanto da richiedere strategie di intervento specifiche per contrastare tale incremento di rischio? Qualora la risposta a questo quesito fosse positiva si porrebbe il problema di scegliere quali strategie adottare e, quindi, uno dei più importanti criteri da adottare sarebbe senz’altro quello di scegliere le strategie maggiormente supportate da prove di efficacia.

Spesso le prove di tipo A sono ottenute secondo un criterio analogo a quello che si definisce ex-iuvantibus in campo farmacologico, secondo cui l’evidenza di causalità è dimostrata dagli effetti di interventi adottati a partire da ipotizzati meccanismi d’azione, piuttosto che da trial randomizzati.

Per esempio, in caso di crisi epilettica, date le caratteristiche della sintomatologia, si ipotizza un aumento di rischio d’infortunio sul lavoro e, pertanto, si deduce che una terapia in grado di controllare queste crisi possa essere efficace.Successivamente, la misurazione di ciò che avviene in una coorte di epilettici in trattamento farmacologico indica se la strategia d’intervento adottata (in questo caso, terapia farmacologia) è efficace, attraverso il confronto del tasso d’infortuni tra le coorti di individui epilettici e non epilettici.